domenica, 05 luglio 2009

di Sergio Romano.

Nella intervista del presidente ci­nese Hu Jintao
al Corriere di ieri vi sono i tradizionali ingre­dienti retorici con cui si confezionano le dichiara­zioni, i brindisi e i comuni­cati congiunti che accom­pagnano le visite interna­zionali: affinità culturali, ri­spetto reciproco, antica amicizia, interessi comuni, futuro migliore, sfide glo­bali da affrontare insieme. Vi è anche un cenno al Ri­nascimento e vi sarà im­mancabilmente, in qual­che brindisi, un riferimen­to a Marco Polo, nume tute­lare dell’amicizia italo-cine­se ogniqualvolta i due Pae­si desiderano celebrare i lo­ro rapporti. Ma vi è anche un passaggio sull’Europa che non è convenzionale e merita attenzione.

Hu Jintao dice che «le re­lazioni sino-europee han­no superato le difficoltà e le vicissitudini precedenti e sono tornate nel binario normale». Pensa al Tibet e all’incontro di qualche lea­der europeo con il Dalai La­ma, ma non lo dice e prefe­risce venire al sodo della questione dichiarando che «Pechino ha attribuito grande importanza ai rap­porti con l’Ue e la conside­ra come una delle priorità della sua politica estera». E aggiunge, per maggiore chiarezza: «La Cina sostie­ne il processo di integrazio­ne europea e accoglie con soddisfazione il suo ruolo sempre più utile e rilevan­te negli affari internaziona­li».

Queste ultime parole contengono una cortese bugia. Non è vero purtrop­po che il ruolo dell’Ue sia «sempre più utile e rilevan­te ». Nonostante qualche sprazzo di encomiabile de­cisionismo (la missione mi­litare in Libano, l’interven­to nella crisi georgiana, la reazione iniziale alla crisi del credito), l’Unione euro­pea, per rovesciare una espressione di John Major a proposito della Gran Bre­tagna, è un pugile che com­batte al di sotto del suo pe­so. Dai referendum falliti del 2005 siamo quasi sem­pre una somma di indeci­sioni, tentennamenti ed egoismi nazionali. I cinesi lo sanno, ma si servono di una bugia per dirci che il mondo ha bisogno dell’Ue e che gli europei farebbero bene a rendersene conto. Affinità culturali? Antica amicizia? No, le ragioni, grazie al cielo, sono più concrete e attuali.

La Cina non desidera un mondo americano. Visto da Pechino il nuovo presi­dente è meglio del suo pre­decessore ma è pur sem­pre il capo di una potenza imperiale. La crisi del credi­to ha messo in evidenza i rapporti di reciproca conve­nienza che uniscono il cre­ditore cinese al debitore americano, ma ha contem­poraneamente dimostrato a Pechino quanto sia peri­coloso legare il proprio de­stino alle imprevedibili po­litiche degli Stati Uniti. De­sidera una Europa forte perché preferisce un mon­do multipolare in cui vi sia­no forze capaci di contene­re e controllare la debor­dante potenza americana.

Con le sue parole Hu Jin­tao ci ricorda che esiste uno spazio vuoto e che spetta a noi riempirlo. Ten­de la mano a una Europa debole e divisa nella spe­ranza che il gesto la inco­raggi ad accantonare le sue beghe e i suoi bisticci per fare infine una politica con­forme ai suoi interessi e al­le sue ambizioni. Se ne avrà il coraggio, la Cina sa­rà il suo «partner strategi­co ». Dovremmo forse, per raccogliere l’invito, rinun­ciare ai nostri principi in materia di diritti umani? Credo piuttosto che l’Ue sa­rà più ascoltata e rispettata a Pechino di quanto non si­ano i singoli Paesi quando fingono di credere che un occasionale incontro con il Dalai Lama abbia dato un contributo alla soluzione della questione tibetana.

04/07/2009 . Fonte "Corriere della Sera"

giovedì, 11 giugno 2009
Anticolonialismo. L’opposizione parlamentare conosce ancora questa parola? A giudicare dal comportamento assunto contro Muammar Gheddafi sembrerebbe proprio di no. Conoscono soltanto l’antiberlusconismo, ma il loro è un antiberlusconismo stupido, ignorante e controproducente.

Gheddafi è venuto in Italia dopo aver finalmente ottenuto il riconoscimento delle tremende colpe del colonialismo italiano. Un risarcimento il cui valore non è tanto economico, quanto morale, politico e simbolico.

Ma questo non conta niente per i parlamentari del Pd e per quelli particolarmente scatenati dell’Idv. Con la loro vergognosa sceneggiata hanno ottenuto che a Gheddafi venisse negato l’accesso al Senato. Che se lo tengano stretto per le loro manfrine ed i loro inciuci! Anche senza Palazzo Madama, Gheddafi ha comunque conquistato la scena per parlare del colonialismo e dei crimini dell’imperialismo, a partire da quello americano.

Il colonialismo italiano uccise 100mila libici, cioè un ottavo dell’intera popolazione di allora. Nel paese sorsero numerosi campi di concentramento, contro la resistenza e la stessa popolazione civile vennero usate le armi chimiche.

L’eroe della resistenza, Omar al-Muktar – la cui foto stava appuntata al petto di Gheddafi al suo arrivo a Roma – venne impiccato dagli italiani nel 1931, davanti a 20mila libici costretti ad assistere con la forza alla sua esecuzione.

Tutto ciò sembra non esistere né per l’opposizione parlamentare, né per i settori del movimento studentesco che hanno protestato alla Sapienza.

I primi della storia se ne infischiano ed ogni occasione è buona per fare bottega. Non ci stupisce che in prima fila tra costoro ci siano gli uomini del manettaro molisano, che non abbiamo mai visto indignarsi per i crimini americani o per il genocidio che si consuma a Gaza.

I secondi fanno sinceramente pena. Credono di protestare a difesa dei migranti e non si rendono conto di essere caduti in una trappola, in un gioco più grande di loro pilotato dalla lobby sionista attraverso alcuni organi di informazione e quella vera agenzia di provocazione internazionale che va sotto il nome di “partito radicale”.

La giusta condanna dell’accordo italo-libico sull’emigrazione non può occultare le vere responsabilità del dramma dei migranti.

E’ forse colpa di Gheddafi se l’Europa ha deciso di blindarsi? E’ forse colpa di Gheddafi se la crescente iniquità nella distribuzione della ricchezza produce flussi colossali di esseri umani?

Senza capacità di distinguere la politica è morta, o meglio è interamente nelle mani delle oligarchie, che sanno usare sapientemente la retorica dei “diritti umani” quando fa comodo a loro. La Jugoslavia insegna.

Di fronte alla sceneggiata immonda messa in campo contro il leader libico, noi diciamo chiaramente: viva Gheddafi.

Viva Gheddafi perché non si è presentato a Roma con l’atteggiamento servile che spesso assumono i leader di ex paesi coloniali quando si recano nella vecchia “madrepatria”. Abbiamo visto uno statista che rivendica la resistenza, che ribadisce la condanna del colonialismo in casa del colonialista, che attacca l’imperialismo e la sua politica di rapina, che definisce terroristiche le aggressioni americane.

Gheddafi ha parlato del passato, ma anche del presente, facendo infuriare Frattini e tutta la componente più smaccatamente filo-americana e filo-sionista della maggioranza di governo.

Viva Gheddafi, che ha rifiutato il “politicamente corretto” e la diplomazia felpata. Viva Gheddafi che ha fatto conoscere agli italiani la verità sul loro colonialismo. Quella verità che non si apprende sui libri di storia e che tutti i governi “antifascisti” del dopoguerra si sono ben guardati dal portare alla luce.

Possiamo chiedere a chi è caduto sinceramente nella trappola – degli altri non ci interessa proprio – un minimo di riflessione su tutto ciò? Noi proviamo a chiederlo, ma intanto ripetiamo: viva Gheddafi.


da Campo Antimperialista
mercoledì, 10 giugno 2009
Dopo 16 anni di inutili attese la Russia ha deciso di cambiare la propria strategia di accesso all'Organizzazione Mondiale del Commercio.

Secondo quanto comunicato dallo stesso premier V. Putin lo scorso martedì , Mosca intende privilegiare la fase di integrazione economica con Bielorussia e Kazakhstan, prevista per il prossimo gennaio, prima di procedere ad una nuova richiesta di ingresso al WTO che riguardi la neonata organizzazione economica nel suo complesso. La manovra sconcerta i negoziatori occidentali…Prime Minister Vladimir Putin meeting with his counterparts from the Eurasian Economic Community on Tuesday

>> da Wall Street Journal <<


Russia Changes Its WTO Strategy

Moscow Aims to Pull Its Bid, Reapply With Belarus, Kazakhstan

Russian Prime Minister Vladimir Putin said Moscow will pull its long-delayed application to join the World Trade Organization and reapply as part of a bloc with neighbors Kazakhstan and Belarus.

The move surprised U.S. and European officials, who had as recently as last weekend been in talks with their Russian counterparts on how to accelerate Russia's WTO bid.

Western officials and analysts said the abrupt shift appears to be a pressure tactic by the Kremlin, which has been frustrated by the slow WTO process, to force a quick deal.

"He's saying 'If you don't let us in, you'll have to deal with a customs union,' " says Nikolay Mizulin, a Russian trade lawyer with Hogan & Hartson LLP in Brussels. "That would complicate everything, they would have to redo all the agreements."

For years, Russia, Kazakhstan and Belarus have been planning to form a customs union, which opens trade among nations by harmonizing tariffs and rules.

Russian officials said the proposal to restart the talks as a three-nation bloc would stimulate economic integration in the former Soviet Union, a longtime Putin priority. They said the switch could be done without losing too much time on Russia's WTO bid, even though the new application can't be filed until after Jan. 1, 2010, when the customs union formally launches.

Russia has been negotiating to join the WTO for 16 years. In recent months, Moscow's interest had revived after several years when the Kremlin seemed to have put the bid on the slow track.

Western officials said restarting the WTO negotiations and adding the complexity of two additional partners would require years of negotiations.

Russia's WTO accession -- as one nation -- is six to nine months away, according to EU and WTO officials. It is held up by only a few issues, including Siberian over-flight fees, gas prices and sanitary regulations.

At a meeting in Saint Petersburg last week, Russian officials agreed to keep negotiating to join the WTO by the end of 2009. "We have a common understanding on the gaps that need to be bridged now," trade commissioner Catherine Ashton said at the time. "We have agreed that WTO accession should be completed before the end of the year."

That was before Mr. Putin's statement Tuesday.

"We have no reason to believe there's any change in policy," Lutz Guellner, Mrs. Ashton's spokesman, said Tuesday after reading Mr. Putin's comments. "Should the basic parameters of the negotiations change, it would create a new situation we'd need to analyze." 

The EU and U.S. might very well cave to pressure from Russia to make a quick deal, says Mr. Mizulin. "They have much more to lose than Russia from talks collapsing." If Russia joins the WTO, its average tariffs would plummet. It could no longer arbitrarily raise tariffs on cars, as it did earlier this year. The EU and U.S. would get the right to sue to overturn unfair trade barriers. 

Russian exports were down 46% in the first three months of 2009, to $42.5 billion from $78.3 billion, while imports fell to $52.1 billion from $32.1 billion, according to Global Trade Information Services. 

With the economy souring, "the mindset in Moscow is very protectionist," Mr. Mizulin says. 

Write to Gregory L. White at greg.white@wsj.com and John Miller at john.miller@dowjones.com


mercoledì, 03 giugno 2009


mercoledì, 03 giugno 2009
lunedì, 01 giugno 2009
In un periodo in cui l’Italia sta facendo molte scelte difficili, l’intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che ora mi sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. Da una parte c’è l’OPEC del gas, nel cui progetto l’Italia potrebbe essere un partner valido anche se esterno, e dall’altra parte c’è il petrolio, le lobbies del nucleare che non vogliono dividere il mercato dell’energia.

Nei fatti, i petrolieri si sentono ancora una volta minacciati, il gioco è questo, e adesso le guerre contro il nucleare e pro-carbone pulito sono vicende tra di loro collegate. In questo confronto geopolitico, il ruolo dei media torna ad essere rilevante in quanto va a creare una distorsione di informazione e di percezione tra l’opinione pubblica di quello che accade, contro lo stesso interesse del Paese. La crisi dell’editoria rende i quotidiani ancora più assetati e ben disposti a manovre di propaganda, per allontanare lo spettro del fallimento, orchestrando così una vera e propria gara di diffamazione gratuita che sta andando oltre il senso civile. Essendo un “grande gioco” l’Italia sembra essere tornata a tutti gli effetti al tempo di Enrico Mattei, quando il Time e lo stesso Indro Montanelli, costruirono polemiche e attacchi mediatici contro l’ENI in difesa degli interessi dei gruppi petroliferi americani.

Il ruolo dell’Italia si incastra nel tavolo diplomatico a circuito chiuso tra Iran e Russia, sul quale si negozia gas e nucleare: per dare a Gazprom e ad ENI le risorse energetiche di cui necessitano per dare basi solide ai prossimi progetti di gasdotti, Teheran sta esercitando delle forti pressioni per avere il nucleare, e con esso esercitare la sua influenza politica sull’itera area del Medioriente. Delle vere e proprie scatole cinesi, sulla cui costruzione molte sono le forze esterne che stanno agendo. Lo stesso Ahmadinejad, affermando che non esiste alcun rapporto fra l’annullamento della missione di Frattini e il test missilistico, lascia intendere che l’Italia ha agito in tal modo “perchè sotto la pressione di altri”, precisando che il Ministro degli esteri ha deciso di annullare la visita dopo aver insistito nel tenere l’incontro. Inoltre Teheran esclude che stia avendo un qualche colloquio sul nucleare al di fuori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) , mentre rilancia il dialogo con Barack Obama. È chiaro che gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell’equilibrio delle forze politiche internazionali. Così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche, proprio come avvenne per Bill Clinton, costretto poi a bombardare l’Iraq per placare le polemiche che avevano incendiato la Casa Bianca.

Il punto chiave per capire cosa sta accadendo è ricordare che le compagnie multinazionali hanno un loro governo e hanno gente all’interno delle istituzioni - pur non riconoscendo alcuna autorità sovrana - per scrivere a tavolino quello che viene definito ordine mondiale, o anche pianificazione dello sviluppo della ricchezza . Di fatti, gli utili derivanti dalla creazione e dallo sfruttamento della rete delle pipeline, sono il risultato di un complicatissimo sistema di società e paesi offshore, che non fa altro che alzare il prezzo, per avere un tavolo su cui spartirsi i soldi e pagare “tangenti” ai Governi, ai partiti e ai quotidiani. Tutti questi elementi sono essenziali per interpretare cosa sta accadendo in Italia, dopo che Governo, magistratura e Vaticano sembrano essere totalmente focalizzati su una “questione morale” di principio, senza avere nei fatti nessuna prova. Berlusconi, non essendo il Presidente degli Stati Uniti deve accontentarsi di semplice “informazione spazzatura”, che a lungo andare si ritorcerà contro gli stessi quotidiani, che avranno perso la propria affidabilità e credibilità, oltre che imparzialità.

Se da una parte vi è l’Europa che vuole una certa autonomia decisionale, per riprendere possesso della propria sovranità, dall’altra vi sono le istituzioni centralizzate di Bruxelles e poi di Washington che sembrano remare totalmente contro. Lo stesso Barak Obama ha deciso così di chiudere in parte il passato, smantellando paradisi fiscali e i grandi progetti falliti, per controllare sempre più da vicino il mondo, mentre cerca di dare una boccata d’ossigeno al suo Paese in bancarotta. Nel frattempo, siamo di nuovo qui a parlare di energia nucleare, all’indomani dello sviluppo di nuovi ed importanti scenari, con nuove ed importati decisioni. D’altra parte, ogni qual volta vi sono delle scelte decisive, si aggredisce e si attacca il proprio nemico invisibile. Il metodo è sempre lo stesso, ma indica pur sempre una falla del sistema. Chi si sente davvero forte non teme i piccoli avversari e non spende soldi per finanziare la sua fine, per cui o non è così forte come vuole far credere, o i suoi avversari non sono poi così piccoli.

Tratto da: etleboro.blogspot.com

INTERLOCUTORIO di Gianfranco La Grassa

28 maggio 09

Con le migliaia di giornali esistenti nel mondo, e decine e decine di molto autorevoli, sentir parlare di “stampa internazionale critica di Berlusconi” - in seguito ad articoli di tre-quattro di loro ben noti per essere sempre “contro” (in primo luogo, contro gli italiani), sempre per il politically correct (che è non a caso la banalità della sinistra) - è veramente ridicolo. Non ridicolo ma lurido è invece che adesso simili giornali si dedichino al puro gossip della più bassa lega possibile. Per questo motivo, se ragionassimo come la nostra sinistra, potremmo dire che ormai la stampa inglese non può più vantarsi dell'aplomb e della misura che pretendeva d'avere la “gente d'oltremanica”. Credo sia meglio lasciar perdere. Rilevo solo, perché è divertente, che il Financial Times parla di un “fascismo” non più delle camicie nere ma delle veline o simili. Come sono stati girati film umoristici sul nazismo (tratti da commedie) del tipo di “Per favore non toccate le vecchiette” o “Interpreter” (la nuova versione del primo), suggerirei a qualche produttore di girarne adesso uno sulle SA di Röhm formate da bellissime fanciulle scatenate alla caccia di comunisti, ebrei, ecc. da perseguitare e…. “liquidare” con pompini e affini.

Io penso male, ma resto sempre al di sotto della realtà.

Da molto tempo sostengo che la sinistra è ormai un vero grosso cancro di questa società. Tuttavia, non immaginavo che potesse arrivare a simili livelli di bassezza, sconcezza, idiozia. E tutti i sinistri sono implicati in questi pettegolezzi, anche quelli che si pretendevano eredi del “Migliore” (vorrei tanto si chiedesse a Cossiga se ha ancora così alta stima di D'Alema; perché se si, allora ci sarebbero molti dubbi sul suo “buon invecchiamento”). Mi dispiace non sia stato inserito nel blog l'esterrefatto articolo di Caldarola di qualche giorno fa, ottima espressione della sorpresa per il vertiginoso crollo di decenza di uno schieramento, che ormai non ha più nulla di politico da dire, e si dedica dunque a spargere letame e putridume vario per infettare e disgregare la società. Nemmeno faccio sconti alla sinistra “radicale”, soprattutto a quella che si ostina a chiamarsi comunista. Anzi, dal mio punto di vista che non rinnega un dato passato - lo considera solo trascorso, esaurito, ma ne ha alta considerazione - essa è particolarmente infame, infanga un nome onorato.

Tuttavia, mi rendo conto che il problema cruciale non è rappresentato dalla vergogna di cui si è ricoperta l'intera sinistra. Questo è solo un fenomeno, il solito aspetto di superficie che serve a distogliere l'attenzione da avvenimenti ben più gravi, comportanti pericoli di forte arretramento per l'Italia con il rafforzamento della sua cronica subordinazione ad interessi stranieri (in particolare statunitensi). Da questo punto di vista, il processo degenerativo è decisamente più vasto. Intanto, l'azione deleteria e anti-società italiana non è solo della sinistra, ma è ormai appannaggio di uno schieramento più ampio che comprende il presidente della Camera. Anche qui, mi sarebbe piaciuto vedere nel blog l'articolo di “Milton” riportato solo in commento da “Trotzky”.

La debolezza italiana si estende però in definitiva all'intero schieramento governativo, poiché investe lo stesso premier che non sembra avere le “palle” per affrontare una situazione non risolvibile con “pannicelli caldi” né con tortuose manovre, in cui si dà sempre “un colpo al cerchio e uno alla botte”; mentre, dall'altra parte (soprattutto da parte di Obama), si stringono le spire serpentesche (avete mai visto come il boa e il pitone stritolano la loro vittima, a scatti, approfittando di ogni espirazione della disgraziata?). D'altronde, è probabile che questa “mancanza di palle” dipenda dall'incapacità (o impossibilità?) di stabilire i “giusti contatti” con particolari corpi dello Stato, che penso abbiano certi legami con le “forze della dipendenza” e non siano invece strutturate nei modi più adeguati per l'autonomia. Nulla più che un'ipotesi, il cui realismo mi sembra però indubitabile.

I veri nemici d'Italia stanno nella classe dominante (non dirigente); essi appartengono alla finanza “weimariana” e ai settori industriali stramaturi (con la malefica Fiat in testa, che le forze politiche tedesche più accorte, i socialdemocratici, non riescono a “rispedire al diavolo” cioè al suo “padrino” d'oltreatlantico). Adesso non posso qui diffondermi sull'argomento perché debbo partire per qualche giorno. Ne riparleremo però, e a lungo. Comunque uno snodo rilevante (non lo snodo, ma certo un tornante di primo piano) è proprio quello Fiat-Magna che, come ha detto con chiarezza Tremonti (per chi sa intendere), concerne in realtà Usa e Russia; e di conseguenza lo schieramento europeo (e la UE) servo del primo paese, da una parte, e lo schieramento che tenta l'apertura a est come semplice carta da giocare nel senso di una maggiore autonomia, dall'altra. Grave è che Il Giornale (berlusconiano?) faccia il tifo per la Fiat (o almeno così sembra), perché ciò lede quegli interessi italiani legati all'Eni. E per chi ha a cuore questi interessi - non quindi la sinistra cancerogena, e nemmeno la destra fellona filoamericana (e filoisraeliana) - Fiat ed Eni sono “i simboli” della servitù o, al contrario, di una qualche autonomia. Non perché una sia “cattiva” e l'altra “buona”, non perché una sia “meno capitalistica” dell'altra; per motivi del tutto oggettivi, che in questa specifica congiuntura storica sono essenziali per chi ha un minimo di cognizione della politica.

Ne riparleremo più distesamente al mio ritorno. E vedremo se in questi giorni il Governo tedesco deciderà o traccheggerà. Le posizioni sono nette: gran parte dei socialdemocratici (temo con defezioni) per l'autonomia; la CDU (con l'“ex comunista dell'est” quale cancelliere) per il servilismo.

http://www.cpeurasia.org/?read=25820

 

venerdì, 29 maggio 2009
Il presidente inaugura la prima base militare francese fuori dall'Africa. Attriti con Washington

Il presidente francese Nicolas Sarkoky, in visita negli Emirati arabi uniti, ha partecipato ieri alla presentazione del «Louvre di Abu Dhabi», una succursale che il museo parigino aprirà qui, ricevendo oltre un miliardo di euro per l'uso del marchio e il prestito di opere. Ma questo evento culturale era solo il contorno di quello centrale: l'inaugurazione dell'«Impianto militare francese negli Emirati arabi uniti». Questa base militare permanente, l'unica all'estero al di fuori dell'Africa, è la prima che la Francia installa nel Golfo, in una zona che, sottolinea l'Eliseo, «si trova di fronte allo stretto di Hormuz da cui transita il 40% del petrolio mondiale». Da qui la sua «importanza strategica», accresciuta dal fatto che, ad appena un centinaio di chilometri, c'è l'Iran. Oltre alla base navale che sarà installata nella zona di Mina Zayed, l'impianto, ribattezzato «Campo della pace», comprende un distaccamento aereo già operativo nella base di Al-Dhafra, e un gruppo terrestre di stanza nella città militare di Zayed. Secondo l'accordo stipulato dallo stesso Sarkozy nel 2008, la costruzione delle infrastrutture della base francese viene finanziata da Abu Dhabi, mentre Parigi copre i costi operativi.

Dopo l'inaugurazione, Sarkozy si è recato nella base di Al-Dhafra per assistere, insieme ai monarchi degli Emirati, all'esibizione del cacciabombardiere francese Rafale. Il presidente capeggia una delegazione, comprendente i dirigenti dell'industria costruttrice, la Dassault Aviation, in trattativa con gli Emirati per vendergli 60 Rafale. L'affare, del valore di circa 8 miliardi di euro, è fondamentale per la Dassault, che finora non è riuscita a piazzare all'estero nessuno di questi aerei, per la concorrenza soprattutto della statunitense Lockheed Martin e del consorzio europeo produttore dell'Eurofighter Typhoon. Eppure il Rafale non ha niente da invidiare rispetto ai concorrenti (compreso il futuro F-35 della Lockheed): è un cacciabombardiere multiruolo, in grado di sostituire 7 differenti tipi di aerei usati dalla Francia, adatto a tutte le missioni di attacco, comprese quelle con armi nucleari. Della delegazione che accompagna il presidente, fanno parte anche gli esponenti dell'industria nucleare francese, che cercano di vendere due reattori agli Emirati. Il contratto dovrebbe essere concluso entro l'anno, ma urta contro la forte opposizione di Washington, che ha appena concluso un accordo per la fornitura di tecnologie nucleari agli Emirati, terzo esportatore di petrolio (vedi il manifesto, 24 maggio).

La Francia sta così mettendo in pratica quanto enunciato nel suo «Libro bianco della difesa»: costituire un «asse strategico maggiore dall'Atlantico all'Oceano Indiano», passando «da una strategia di difesa passiva a una strategia di difesa attiva in profondità», che prevede «reazione rapida e azione offensiva». Questa politica apre delle contraddizioni con Washington, non però in termini di diversa concezione di politica estera e della difesa, ma di rivendicazione di un maggiore peso della Francia nel quadro della strategia a guida Usa, che prevede la proiezione di forze militari ovunque nel mondo siano in discussione gli interessi fondamentali dell'Occidente. Lo conferma il ritorno della Francia nel comando Nato sotto leadership Usa, da cui era uscita nel 1966. Quella enunciata nel «Libro bianco della difesa» non è dunque l'idea di una nuova Europa, ma la riproposizione in nuove forme della vecchia Europa degli imperi coloniali.

dal Manifesto 27/05/2009
lunedì, 25 maggio 2009
COMUNICATO STAMPA

Convegno "Palestina, una terra troppo promessa"

"I Palestinesi sono in Palestina perchè la Palestina è la Patria, l'unica Patria del popolo palestinese": così si conclude Palestina. Una terra troppo promessa, libro di Antonella Ricciardi uscito per i tipi di Controcorrente un anno fa. Si tratta di una delle migliori ricostruzioni della ormai più che sessantennale vicenda palestinese, delle violazioni alle risoluzioni ONU perpetrate dai governi di Tel Aviv (ricordiamo che Gerusalemme è nei territori occupati illegalmente), i quali, a prescindere dal loro colore politico, hanno vessato, umiliato e costretto all'esilio coloro i quali non rientravano nei canoni dello stato etnico che il Sionismo sta tentando di realizzare in Palestina.

Da quando il libro è stato pubblicato, gli avvenimenti in questa terra martoriata non sono mancati, a partire dall'assedio criminale di Gaza compiuto dall'esercitoi israeliano fra dicembre e gennaio per giungere ai nuovi insediamenti abusivi di coloni isareliani in Cisgiordania, passando per le recenti elezioni che hanno portato al potere nell'Entità Sionista un governo ferocemente nazionalista che rifiuta di dialogare con Hamas, legittimo vincitore delle elezioni palestinesi.

Saranno questi gli argomenti al centro del convegno "Palestina, una terra troppo promessa" che l'associazione culturale Strade d'Europa (info:
stradedeuropa@hotmail.it) organizza martedì 26 maggio alle ore 18:00 presso l'associazione Metamorfosys in via Milano 18 (terzo piano) a Trieste.

Interverranno Antonella Ricciardi (autrice del libro Palestina. Una terra troppo promessa), Dagoberto Husayn Bellucci (direttore dell'agenzia di stampa Islam-Italia), Alì Mansur (collaboratore del periodico universitario Fuorionda) e Marco Bagozzi (collaboratore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici).

L'evento si svolgerà grazie al contributo dell'Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario di Trieste, con il patrocinio del Coordinamento Progetto Eurasia
www.cpeurasia.org e rientra nei Seminari 2008/2009 di Eurasia. Rivista di studi geopolitici www.eurasia-rivista.org

L'Ufficio Stampa stradedeuropa@hotmail.it - 338.9024102
lunedì, 25 maggio 2009
Non possiamo fare a meno di pubblicare  - anzi ci fa piacere - l'interessante presa di posizione di un collaboratore del quotidiano Libero.

L'articolo segue editoriali apparsi sull'argomento nei giorni scorsi a firma di altri collaboratori del giornale diretto da Feltri.

Ci sembra rimarchevole evidenziare, dal nostro punto di vista, la correttezza delle analisi e l'invito al pragmatismo geopolitico che l'autore rivolge, in pieno sostegno, alla compagine governativa. Qualche dubbio - se ci è concesso - lo solleveremmo a riguardo dell'interpretazione che il Nostro fornisce a riguardo dlle iniziative dell'inquilino della Farnesina, che, a ricordare le prese di posizione su questioni urgentissime - come il Medio Oriente e la questione Iraniana - non ci sembra per nulla animato dalle stesse intenzioni pro-europee e pro-eurasiatiche del suo primo ministro. Dimostrazione della poca vocazione di Frattini all'agire per promuovere autentici interessi nazionali ed europei ne sia il fatto che ha fatto rapidamente marcia indietro dalla decisione, presa in apparente autonomia, di incontrare i dirigenti della Repubblica Islamica.

Nonostante Obama l’Italia resterà amica di Russia e Stati Uniti

di Gianalfonso D’avossa


La recente, inopinata dichiarazione del segretario di Stato Hilary Clinton sull’importanza dell’Italia per gli Stati Uniti, proprio perché ovvia e non dettata da alcuna situazione politica estera d’attualità, è la dimostrazione di come esista nei circoli democratici di Washington la volontà di ridimensionare le ambizioni strategico-politiche del governo Berlusconi.

A poche settimane dallo svolgimento all’Aquila del G8 sotto presidenza italiana, non aver ancora trovato il tempo e l’occasione per un incontro fra Obama e il nostro presidente del Consiglio, come non aver a tutt’oggi nominato un ambasciatore di vaglia a Roma, che aiuti disinteressatamente a far meglio conoscere l’Italia di oggi oltreoceano, non sono segnali rassicuranti al di là delle dichiarazioni di facciata. Se poi sfogliamo il “Financial Times” che a tutta pagina accusa l’Italia di rompere la compattezza dei ranghi dell’UE, solo perché ha pensato di mandare il ministro Frattini in Iran per meglio preparare il G8 stesso, ci accorgiamo di come sia forte la diffidenza britannica verso il nostro Paese. Seguito a ruota dall’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, lo spagnolo Solana, che si ritiene il solo autorizzato a tenere rapporti con Teheran e che si risente del nostro dinamismo diplomatico.

La notizia che il presidente Obama nel ricevere riservatamente l’ultimo segretario del Pcus Gorbaciov, abbia in qualche maniera operato con l’intento di ridurre il peso italiano nei rapporti con la Russia reso evidente dall’intesa Eni-Gazprom sul gasdotto South Strem che ci assicurerà il collegamento diretto ai giacimenti russi, invece che indebolire questi rapporti li rafforzerà.

Se da noi e in generale in quello che siamo soliti chiamare Occidente, Gorbaciov è considerato un interlocutore di prestigio e spessore, in Russia la sua opinione e il suo peso sono irrilevanti, addirittura controproducenti. Me lo conferma un amico influente e competente della Duma. Egli tiene a porre in risalto che il legame con l’Italia sia solido proprio perché il nostro approccio verso il nuovo corso politico russo non solo è pragmatico per ragioni economiche, bensì privo di diffidenza, come altrettanti partner internazionali. Che è legata a reminiscenze sovietiche che sarebbe bene dimenticare e affidarle alla storia. So bene che molti non la pensano così.

Oltre al libro di Guzzanti che per spiegare decentemente la sua rottura con Berlusconi, parla dell’ “assassino” Putin, a giorni uscirà edito da Verdiglione l’ultimo libro di Glucksmann, “Vi parlo della libertà”, che ripercorrerà il confronto politico-militare dell’agosto scorso fra Russia e Georgia. Già si possono immaginare le feroci accuse che verranno rivolte ai leader russi e a Putin.

A riguardo di quest’ultimo, non si può non notare che dopo aver per oltre un anno considerato il premier russo come il manipolatore del nuovo corso impersonificato dal presidente Medvedev, trattato con sufficienza e come un marionetta nelle sue mani, per non accettare il positivo bilancio di questo insolito ma fruttuoso dualismo politico, si continua a fantasticare di inesistenti contrasti.

La nuova realtà russa -convinciamocene- ha due facce: quella di Medvedev e quella di Putin e l’una non è opposta all’altra. A dimostrazione dell’intelligenza di questa nuova dirigenza post sovietica. L’Italia, non solo ma soprattutto quella di Berlusconi, l’ha fatto e continuerà sempre di più a farlo senza riserva alcuna. Pur essendo fedeli e convinti alleati degli Stati Uniti con i quali condividiamo definitive scelte di civiltà, abbiamo con la Russia non più comunista la stessa passione civile e il culto dei valori. Non c’è alcun progetto, almeno da parte italiana, di dividere l’Europa dagli Stati Uniti privilegiando il rapporto con la Russia. Non scordiamoci però che il ministro degli Esteri tedesco Steinmeier ha criticato la decisione di svolgere le esercitazioni Nato in Georgia. E atteniamoci, per non farle apparire come minacce invece che garanzie di pace, alla più che mai necessaria prudenza.

Fonte
martedì, 19 maggio 2009
- Firmata nuova intesa su South Stream

- Accordo per la cessione del 51% di SeverEnergia a Gazprom con target di produzione di almeno 150.000 boe al giorno dal 2013



Sochi, 15 maggio 2009 - Il Presidente di Gazprom, Alexey Miller e l'Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, alla presenza dei premier russo e italiano, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, hanno firmato oggi una nuova intesa relativa alla realizzazione del South Stream. Eni ed Enel, inoltre, hanno siglato un accordo per la cessione a Gazprom del 51% di SeverEnergia e lo sviluppo degli importanti giacimenti in Siberia.

L'intesa su South Stream prevede l'ampliamento della capacita di trasporto della pipeline da 31 a 63 miliardi di metri cubi di gas l'anno. Eni e Gazprom, inoltre, hanno ribadito il massimo impegno a proseguire nello sviluppo del progetto South Stream, data la sua rilevanza strategica nell'apportare, attraverso una nuova rotta, un contributo decisivo alla sicurezza degli approvvigionamenti di gas verso l'Europa.

Eni ed Enel hanno siglato inoltre un accordo per la cessione a Gazprom del 51% di SeverEnergia, societa che possiede l'intero capitale di Arcticgaz, Urengoil e Neftegaztechnologia, a loro volta titolari di licenze per l'esplorazione e la produzione di idrocarburi con riserve di gas e petrolio stimate complessivamente in 5 miliardi di barili equivalenti di petrolio. A conclusione della transazione, la partecipazione indirettamente detenuta da Eni si ridurra dal 60% al 29,4% e quella di Enel dal 40% al 19,6%.

In base all'accordo, SeverEnergia, che impiega oltre 500 persone negli uffici di Mosca e Novy Urengoy, diviene la prima societa italo-russa a operare attivamente nei giacimenti dello Yamal Nenets (Siberia occidentale). Nella regione attualmente si produce circa il 90% del gas russo. Le parti hanno concordato di produrre il primo gas entro giugno 2011 dal giacimento di Samburskoye e di raggiungere almeno 150.000 boe al giorno entro 2 anni dall'avvio della produzione. E' stato inoltre concordato di definire entro 90 giorni il piano per ottenere tutte le autorizzazioni, incluse le estensioni delle licenze da Rosnedra, l'autorita competente in Russia per lo sfruttamento delle risorse minerarie e petrolifere.

Il corrispettivo che sara versato da Gazprom per l'acquisto del 51% di SeverEnergia il cui perfezionamento e previsto per fine giugno 2009 ammonta a circa 1,5 miliardi di dollari e sara corrisposto in due tranche nel corso del 2009/2010. La quota di spettanza di Eni ammonta a 900 milioni di dollari, quella di competenza di Enel a 600 milioni di dollari.

Fonte: Eni

giovedì, 14 maggio 2009
 

Fonte: Repubblica

giovedì, 14 maggio 2009

Il presidente pakistano Asif Ali Zardari, nel corso di un'intervista rilasciata domenica scorsa, durante il programma “Meet the Press”, all'emittente televisiva NBC ha dichiarato che il capo di Al Qaida, Osama bin Laden non ha mai cessato di essere un agente pagato dagli Stati Uniti, la cui missione, nel 1989, era quella di destabilizzare il governo di Benazir Bhutto (moglie dell'attuale presidente pakistano ndr) assassinata due anni fa.

“Mia moglie ha più volte allertato gli USA della pericolosità di quest'uomo. Ha più volte chiamato Mr. Bush chiedendogli: ‘E' vostra intenzione destabilizzare il mio governo ?’ essendo venuta a conoscenza che Bin Laden aveva finanziato con 10 milioni di dollari l'opposizione pakistana.”

“Nel 1989 Bin Laden era in contatto permanente con i vertici della CIA. Era un vostro agente allora, lo è anche oggi.”

Alla domanda se fosse a conoscenza del nascondiglio di Bin Laden Zardari ha risposto: “Siete voi che dovreste dirmelo. Siete in Afghanistan da 8 anni. Siete voi che siete ndato a cercarlo, e a Tora-Bora l'avete fatto scappare… io non ho nulla a che fare con tutto ciò, all'epoca ero in prigione, con la benedizione degli Stati Uniti”

Zardari ha inoltre rinnovato la propria convinzione che Bin Laden in effetti sia morto.

Fonte: geostrategie.com


giovedì, 14 maggio 2009
Gli allarmi sulla pandemia globale sempre imminente hanno avuto certamente l'effetto di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dalle gravi conseguenze della crisi economica in atto.

E se non dovessero bastare gli allarmi sull'epidemia probabilmente sono in preparazione eventi ancora più tragici, per esempio un grosso atto terroristico in occidente, oppure l'arma nucleare pakistana che finisce in mano ai Taliban.

No, non si tratta di famtapolitica! La realtà è che Obama non sarà un nuovo Roosvelt!

Per una "strana" coincidenza il panico da febbre "porcina" è iniziato proprio nella notte della fine dei primi "100 giorni" del presidente USA, quasi a dimostrare l'assoluta inadeguatezza degli interventi che l'ammnistrazione USA ha messo in campo finora: grande "pumping" di risorse verso i settori decotti di Wall Street e briciole verso l'economia reale e zeroinvestimenti infrastrutturali atti a creare "vere" opportunità di reddito per popolazioni ormai in pieno "default".

Distogliere l'attenzione generale da un grosso problema per indirizzarla verso allarmi posticci è pratica consumata: Ernst Jünger già nel 1949, nel suo "Heliopolis" descriveva bene queste operazioni.

Leggere
l'analisi di Maxim Kalashnikov da Rpm Monitor.
martedì, 12 maggio 2009
SABATO 16 MAGGIO 2009, ORE 14.30 – CENTRO SAN FEDELE, PIAZZA SAN FEDELE 4, MILANO

CONFERENZA con
IGOR PANARIN organizzata da Eurasia - Rivista di Studi geopolitici

IL MONDO DOPO LA CRISI

SCENARI GEOPOLITICI PER IL FUTURO PROSSIMO


Storicamente, tutte le periodiche crisi di sovrapproduzione nel mondo industriale-capitalista hanno comportato, a livello geopolitico, importanti mutamenti nelle gerarchie di potenza e nel sistema delle relazioni internazionali. La crisi del 1873, che segnò l'avvio della seconda rivoluzione industriale, fu anche foriera dell'ascesa di Germania e USA al rango di massime potenze mondiali. La crisi del 1929 mandò in frantumi il sistema finanziario a guida anglosassone, dando libertà d'azione all'Italia fascista, permettendo all'URSS di Stalin di colmare il gap con i paesi industriali più avanzati, favorendo infine l'affermazione di Hitler ed il repentino ritorno alla superiorità militare nel continente per la Germania. In qualche modo, la crisi del 1873 spianò la strada alla Grande Guerra, e quella del 1929 alla Seconda Guerra Mondiale.

La crisi del 2008 – i cui effetti, anche a livello economico, stiamo appena cominciando a percepire – farà eccezione? Oppure confermerà la regola, sconvolgendo gli equilibri internazionali, favorendo l'ascesa di nuove potenze e mettendo in crisi alcune delle vecchie? Molti analisti prevedono che la crisi del 2008 – che, significativamente, trova le proprie cause e la propria origine negli USA – comporterà la fine dell'ambizione unipolarista di Washington, una maggiore autonomia degli Stati europei e soprattutto l'accelerata ascesa della Cina nel contesto d'un mondo pienamente multipolare. Ma non mancano, seppur minoritarie, le voci di chi vorrebbe effetti diversi se non opposti a questi. E numerosissime sono le questioni collaterali che ci si può porre: la saldezza dell'Unione Europea in questo momento critico e d'interessi parzialmente divergenti tra i suoi membri; la solidità del legame transatlantico; il futuro dei regimi arabi di fronte al calo del prezzo del petrolio ed all'indebolimento del protettore statunitense; e così via.

La rivista “Eurasia” ha deciso di discutere questo tema con l'analista che, a livello mondiale, ha formulato l'ipotesi probabilmente più originale e sconvolgente: Igor Nikolaevič Panarin, politologo russo membro dell'Accademia delle Scienze Militari e docente presso l'Accademia Diplomatica del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa. Nel 1998, con un decennio d'anticipo, predisse la crisi economico-finanziaria degli USA, ma lo scenario successivo da lui allora descritto e continuamente confermato negli anni successivi è quello di un vero e proprio collasso e disgregazione della federazione nordamericana, in maniera analoga a quanto accaduto all'URSS.

A discutere di questa tesi assieme al suo autore, Igor Panarin, vi saranno Tiberio Graziani (direttore di “Eurasia”), Aldo Braccio (redattore di “Eurasia”) e Elena Buldakova (caporedattrice del periodico “Naša Gazeta”, ex assistente della Presidenza della Repubblica del Kirghizistan).

Nel corso della conferenza sarà presentato anche l'ultimo numero pubblicato della rivista “Eurasia”, dedicato alla NATO.

Intervista a Igor Panarin ("La disintegrazione degli USA")


Altre segnalazioni su questo sito

Intervista a Panarin su RussiaToday
sabato, 09 maggio 2009
Interessanti analisi dal sito RussianEcho.net

Noto giornalista d'inchiesta francese, il suo nome e il suo destino sono legati alla pubblicazione nel 2002 de "L'incredibile menzogna" in cui si dimostra che nessun boeing può essere caduto l'11 settembre sul Pentagono. Quel momento coincide con l'apice della notorietà e allo stesso tempo con l'inizio delle sue traversie e peregrinazioni. Meyssan , con l'ascesa di Sarkozy al potere, deve lasciare definitivamente la Francia e non può mettere piede nei paesi dell'aerea Nato perché considerato una minaccia alla sicurezza.

Che ha a che fare Meyssan con la Russia? Il fatto è che quando parla di Russia sembra molto informato; per certi aspetti molto più informato dei russi e soprattutto molto più audace nelle conclusioni. Ad un anno dalla strage di Beslan aveva delineato senza mezzi termini il coinvolgimento dei servizi anglossassoni nell'operazione rivendicata da Bassaev, inserendola a pennello nello scenario geopolitico dell'epoca.

Alcuni mesi orsono lo ritroviamo negli studi del Primo Canale russo, presente al dibattito seguito alla messa in onda del film "Zero. Inchiesta sull'11 settembre" di Giulietto Chiesa: una serata storica per la glaznost' globalizzata, che raccoglie trentamilioni di telespettatori e soprattutto consensi anche al di fuori della Russia per il livello e la qualità degli interventi.

Da qualche giorno circola su internet un'intervista a tutto campo rilasciata ad Alain Soral di "Egalité et Reconcilation" Una domanda dell'intervistatore è riservata alla Russia e la riportiamo a seguire per intero. Meyssan non si smentisce; quello che conta  sono i fatti dietro le quinte del mainstream mediatico.  A lui interessano quelli.

Il ritiro all'indomani della guerra in Ossetia del Sud dei capitali dalla Russia, l'operare contro il proprio interesse, intendendo quello nazionale, dei dirigenti ucraini. La superiorità tecnologica dell'industria degli armamenti della Russia su quella degli Stati Uniti (in genere tendiamo a pensare esattamente il contrario). L'euroasiatismo di Medvedev e Putin a dispetto della loro origine e formazione pietroburghese (avvenuta nell'entourage - aggiungiamo noi - del liberale Sobciak) che li porta a svolgere una politica più a 360 gradi, senza più linee preferenziali con l'Europa; che li fa tutori della tradizione ortodossa della Russa ma anche che li spinge a fare altrettanto con l'Islam all'interno dei propri confini, secondo la miglior tradizione imperiale, e fuori, entrando a far parte come osservatori dell'Organizzazione della Conferenza Islamica.

La Russia di oggi è in posizione di attesa, è attraversata ancora da molti problemi, ma è cosciente di avere potenzialità e risorse maggiori rispetto ai suoi "avversari" che continuano a premerla ai confini, nonostante i proclami di svolta di Obama. Ciò che avviene in Georgia, in Moldova e in Ucraina in queste settimane (vedi link sottostanti) contraddice i buoni propositi del nuovo presidente americano. La politica del "cordone sanitario" attorno "all'impero del male" non sembra subire ravvedimenti. Alcune ex repubbliche sovietiche si sono di fatto ritrovati in una sorta di nuovo Patto di Varsavia, in cui a dettare le condizioni  non è più Mosca ma Washington. Il Patto di Varsavia si sbriciolò dopo la caduta del muro. Gli Stati Uniti, azzarda Meyssan, hanno intrapreso una strada che li porterà a medio termine in una posizione assai simile a quella della Russia tra il 1989 e il 1991. Fantapolitica? La storia ci dirà.

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