venerdì, 20 novembre 2009
...Compagno Tremonti, .... ancora tu!. Ma la sinistra dov'è? Non può essere il ministro di un governo di centro destra a dire queste cose! Che fa il PD ? e la Royale, e i laburisti inglesi, e gli altri residuati di quello che fu un "Movimento reale che voleva cambiare lo stato di cose presente"?.

Basta vedere come Repubblica (e altri giornali della stessa cangrega) riferisca della lezione di Giulio per capire da che parte stia questo raccogliticcio gruppo di imbonitori, millantatori ed ingannatori che pretende di chiamarsi sinistra..

Luca Vinciguerra - il Sole 24 Ore - 19 novembre 2009






PECHINO – «I tavoli a due gambe non stanno in piedi. Quindi, il G20 non può essere modificato togliendo lo zero e trasformandolo in un G2. Come minimo serve un G3 o, meglio ancora, lo stesso G20». Poche ore dopo il congedo di Barack Obama dalla Cina, Giulio Tremonti lancia una proposta politica dirompente per la messa a punto del nuovo ordine globale. E per lanciare la provocazione, il ministro dell'Economia italiano sceglie una platea d'eccezione: la Scuola del Partito Comunista Cinese. Il prestigioso palco è stato offerto a Tremonti dal vicepresidente esecutivo dell'ateneo del Pcc, Li Jingtian, durante una sua recente visita in Italia. Da qui, ieri, il ministro ha tracciato una lucida disamina della crisi finanziaria internazionale del 2008; ha sottolineato che, per colpa delle banche, quella stessa crisi continua a covare sotto la cenere; e ha messo sul tavolo delle proposte per superarla.

«In tutto il mondo i Governi sono intervenuti usando due mani. Con una hanno immesso un'enorme massa di liquidità nel sistema. Con l'altra hanno trasformato debito privato in debito pubblico», ha spiegato Tremonti a un auditorio di circa duecento persone, composto da funzionari-amministratori del Partito Comunista non più giovanissimi (perlopiù uomini), tornati sui banchi di scuola per prepararsi a governare meglio la Cina di domani.

Ma, paradossalmente, alla fine a guadagnarci di più dal generoso intervento pubblico sono state proprio le principali responsabili della catastrofe che un anno fa ha investito l'economia globale, e cioè le banche. «L'idea era che gli istituti di credito trasferissero la liquidità alle imprese. E invece una parte enorme di questo denaro è rimasto dentro le banche stesse, che oggi con quei soldi stanno facendo profitti contraendo prestiti all'1% e reinvestendo in strumenti finanziari che danno rendimenti del 5 o al 6 per cento», ha tuonato Tremonti di fronte ai dirigenti del Pcc cinese.

La formidabile ripresa delle Borse e la recente crescita vertiginosa dei contratti derivati, secondo il ministro dell'Economia, dimostrano che la speculazione si è rimessa selvaggiamente in movimento sui mercati finanziari mondiali. Grazie proprio alla liquidità a basso costo di cui oggi le banche possono approvvigionarsi a mani basse dagli istituti di emissione. Insomma, una beffa colossale.

«Io, dopo il disastro, ritenevo che andassero salvate solo le banche che finanziavano le famiglie e le imprese. Invece, sono state salvate tutte – ha aggiunto Tremonti - In questo modo abbiamo guadagnato tempo, ma non abbiamo risolto il problema. E così il rischio di una nuova crisi è sempre incombente».

Gli allievi della Scuola del Partito Comunista hanno ascoltato con attenzione le tesi vivaci del ministro dell'Economia italiano. Il quale, nonostante le sue passate prese di posizione critiche sulla globalizzazione talvolta anche dal sapore un po' troppo anticinese (ma di questo, forse, sono responsabili anche certe forzature del mondo politico e della stampa italiana), ieri dalla cattedra del Pcc ha parlato alla nomenklatura usando sapientemente tutti gli ingredienti della dialettica geopolitica che piacciono ai cinesi: il multilateralismo, la democrazia occidentale non esportabile, il principio della non ingerenza, le peculiarità del socialismo cinese, aggiungendo anche un pizzico di terzomondismo che a Pechino non guasta mai.

Se tutti gli sforzi profusi finora dai Governi sono stati solo un palliativo, allora cosa bisogna fare per traghettare definitivamente l'economia globale fuori dalle secche della recessione?, ha chiesto la platea a Tremonti? "Non possiamo certo pensare di risolvere i problemi emersi dalla crisi con una serie di nuove regole tecniche scritte dai banchieri – ha risposto il ministro dell'Economia, puntando ancora una volta il dito contro i signori del credito – Oggi serve uno sforzo politico collettivo che definisca il nuovo ordine, un trattato internazionale che definisca una nuova Bretton Woods e che sia frutto di un contributo multilaterale non solo nell'adesione ex post, ma anche nella scrittura ex ante", ha concluso Tremonti.

mercoledì, 18 novembre 2009





Repudio a la visita a Argentina de Shimon Peres








Atentados: las claves de la conspiración sionista

mercoledì, 18 novembre 2009
Nelle prossime settimane dovrebbe essere presa una decisione riguardo all'ingresso di Edf nella joint venture ENI-Gazprom che svilupperà South Stream, il gasdotto che dalla Russia farà arrivare il gas in Europa via Balcani evitando il passaggio attraverso l'Ucraina.

Le trattative con Edf, ha spiegato oggi l'Ad di ENI
Scaroni, a margine di una sua audizione al Senato in Commissione Ambiente, "non sono ancora iniziate. Credo che il premier russo, Vladimir Putin, si recherà a Parigi nelle prossime settimane. Penso che sarà un momento di chiarimenti".

Per il momento, per quanto riguarda il progetto stesso, si è nella fase dello studio di fattibilità su diversi punti tra i quali la governance che verrà valutata nel caso in cui Edf entrerà nell'iniziativa. La decisione finale sugli investimenti dovrebbe invece essere presa nel 2010. Si tratta, ha aggiunto Scaroni
, ''di una negoziazione complessa. In North Stream ci sono 27 banche e probabilmente noi saremo più o meno così''.

Tempi invece decisamente più stretti: "le prossime due settimane'' per raggiungere un accordo definitivo per il giacimento di Zubair in Iraq. La licenza per lo sviluppo del giacimento giant di Zubari è stata assegnata a un consorzio guidato da ENI
come operatore e composto anche dalla statunitense Occidental Petroleum Corporation e dalla Korea Gas Corporation.

Il pozzo di Zubair, oggi sfruttato dagli iracheni, produce 150 mila barili al giorno. Nelle intese con ENI
la produzione dovrebbe essere elevata a 1,125 milioni di barili al giorno. Parallelamente Scaroni si è detto convinto che possa essere trovata una soluzione sull'istruttoria Ue sul gasdotto Tag.

Il prossimo 27 novembre andremo "in audizione a Bruxelles a spiegare le nostre ragioni", ha spiegato il top manager. "Stiamo studiando soluzioni che possano andare bene alle Autorità europee e al Governo italiano che ha sottolineato il valore strategico del Tag", il gasdotto che porta gas russo attraverso Austria e Italia.

Nel caso di una multa da parte della Commissione Europea, si parla di una cifra consistente pari a 500 milioni di euro, Scaroni ha già dichiarato che ENI
farà ricorso. Ma non è da escludere la possibilità che la società del Cane a sei zampe ceda la quota di controllo nella società TAG GmbH (ENI 89%, Omv 11%), che gestisce i diritti di trasporto sul gasdotto.

da Milano Finanza
martedì, 17 novembre 2009
Una provocazione interessante e costruttiva. Da leggere con attenzione anche l'analisi offerta dal Professor Claudio Moffa.

Dal blog ripensaremarx

Dopo il pezzo di oggi sulle minacce a Berlusconi mi sembra opportuno segnalare anche l’articolo del prof. Moffa che si posiziona, sebbene con alcune differenze (che adesso non rimarco perché inessenziali alla riflessione), sulla stessa linea delle mie argomentazioni:(http://www.claudiomoffa.it/pdf/matteieberlusconi.pdf).

Già in un'altra occasione avevo tracciato alcuni parallelismi tra quanto accaduto a E. Mattei, fondatore e grande Presidente dell’Eni, dagli anni ’50 fino al giorno della sua morte, avvenuta il 27 ottobre 1962, e il clima torbido che si va approfondendo intorno alla figura del Premier, reo di perseguire una politica estera ed energetica non allineata all'atlantismo dominante. Resto del parere che Berlusconi arriva a malapena all’inguine di Mattei per visione strategica e capacità decisionale, ma come dice il professor Moffa nel suo articolo è il contesto storico ad essere differente:

“Non esiste un “caso Berlusconi” come all’epoca ci fu un “caso Mattei”? Sarebbe segnale di ottimismo incosciente pensarlo: in realtà il tasso di conflittualità non lo si misura in termini di radicalità della linea politica perseguita misurata secondo criteri astratti e astorici, senza considerare cioè i mutamenti degli equilibri generali dagli anni Cinquanta ad oggi fra poteri eversivi e poteri costituzionali in tutti i paesi dell’Occidente. Tutta la storia della repubblica italiana è segnata da casi oscuri e minacce contro chiunque abbia sfidato il mondo della finanza pura e il potere bancario e le loro proiezioni politiche…[nazionali ed internazionali, ndr]. Il “caso” Berlusconi non fuoriesce da questo quadro… Sono minacce di morte, che evocano della vicenda Mattei il più grande e esiziale errore del geniale ed eroico fondatore dell’ENI: il non premunirsi di un vero apparato di sicurezza e sorveglianza, fino a creare il terreno per il fatale attentato del 29 ottobre
1962”.

Precisamente questo. Berlusconi sta commettendo lo stesso errore avendo anch’egli trascurato, molto più di Mattei, l’intesa con i corpi speciali dello stato, i soli che avrebbero potuto proteggerlo in una fase di  attacco pluridirezionale come quella attuale. L’uomo rischia molto che ne sia consapevole o meno.

giovedì, 29 ottobre 2009
Nel corso della visita a Mosca del Presidente ecuadoriano Rafael Correa Delgado, la prima compiuta da un presidente del Paese latino americano nel paese eurasiatico, sono stati siglati importanti accordi scientifici e commerciali. Inoltre è stata firmata una associazione strategica tra i due Paesi.

Il ministro delle finanze della Federazione Russa Alexéi Kudrin ha annunciato che Quito ha chiesto la partecipazione russa, attraverso l'apertura di una linea di credito, al progetto di centrale idroelettrica Toachi-Pilatón il cui costo stimato è di 458 milioni di dollari, e che a regime produrrà 228 Mw di potenza.

Nel corso della conferenza stampa finale i due Presidenti hanno fatto importanti riferimenti al progetto ALBA e al nuovo, auspicabile assetto multipolare del mondo come risultato della crisi attuale.

link, link

martedì, 27 ottobre 2009
In una lunga intervista rilasciata al "Guardian" il primo ministro turco Racep Tayyp Erdogan ha ribadito la posizione del suo Paese nei confronti di Teheran e della controversa vicenda dello sviluppo nucleare iraniano.

"Non c'è dubbio che sia un nostro amico" ha affermato, riferendosi al Presidente Ahmadinejad.

Mentre si è detto certo che il programma nucleare iraniano abbia scopi civili Edogan ha affermato che la posizione della "comunità internazionale"
nei confronti dell'Iran è scorretta.

Contestualmente ha anche tacciato Francia e Germania di avere pregiudizi verso la Turchia.

Parole dure contro un Occidente stoltamente sordo alle esigenze di Ankara.


Spinti da una cocente delusione nei rapporti con la UE i turchi, sotto la guida del nuovo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, aprono ai loro vicini iraniani: in palio ci sono miliardi di dollari di interscambio con Teheran e reciproche convenienze energetiche e strategiche in relazione alla questione curda.

Se al calore di Ankara verso Teheran si aggiunge la crisi dell'alleanza con uno storico alleato della Turchia quale era Israele (vedi nota) allora il quadro delle preoccupazioni atlantiste verso questa parte dello scacchiere euroasiatico si fa ancora più cupo.


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sabato, 17 ottobre 2009
I Presidenti dei Paesi membri della Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) hanno firmato, lo scorso venerdì, il trattato costitutivo per l'adozione della moneta comune Sucre (Sistema Unificado de Compensación de Pagos Recíprocos) da utilizzare nelle tarnsazioni commerciali interregionali.

Il Sucre si propone di sostituire il dollaro USA negli scambi commerciali tra i Paesi membri dell'Alleanza.

Dell'ALBA fanno parte Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Rep. Dominicana, Honduras, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda.
Link
venerdì, 16 ottobre 2009

Come evidenziato in altri articoli e interventi segnalati su questo blog il malumore USA verso la troppa indipendenza della politica estera italiana sta raggiungendo livelli allarmanti.

Senza esagerare, mutatis mutandis, si arriva ad ipotizzare foschi scenari cari alle politiche sudamericane USA degli anni 60 e 70 (troppi i riferimenti al golpe cileno contro Allende del 1973).

Leggete con attenzione questo articolo apparso oggi su l'Unità in riferimento ad una comparsa telefonica di Edward Luttwak a Ballarò e diteci se non cogliete anche voi tra le righe dell'articolo quasi un auspicio, un suggerimento, a "fare qualcosa e presto" contro il Governo italiano. E tutto questo dalle colonne di un giornale vicino alla cosidetta "opposizione" di questo Paese.

Non una parola di allarme, invece, non una chiamata a reagire contro l'ipotesi di attacco contro rappresentanti democraticamente eletti e contro le istituzioni repubblicane stesse. Nulla!

Solo un asettico reportage delle parole di Luttwak e tanto, tanto desiderio che i compari d'oltre Atlantico facciano qualcosa.

Mostruoso a che punto questa sinistra si sia ridotta. Eppure per molti di noi fu "la Sinistra"... Urge fare qualcosa, e subito. Altro che complottismo.




Per il premier la «scomunica» della destra americana

di Aldo Giannuli - da l'Unità

Edward Luttwak, parlando a Ballarò, ha attaccato Berlusconi, e ha fatto capire che la caduta del Cavaliere, per chi vede le cose da Washington, non sarebbe poi ungran male. La cosa ha sorpreso i conoscitori della biografia di Luttwak: autore di sedici libri, fra cui uno intitolato «Tecnica del colpo di Stato», dette il suo contributo al golpe contro Salvador Allende. Repubblicano neo-consun po’ eretico, grande amico della Cia, consulente ascoltatissimo della Telekom (il suo nome è venuto fuori in relazione al caso di Pio Pompa). Ascoltatissimo, dicevamo, ma forse non proprio leale, come ha segnalato Giuliano Tavaroli ai giudici milanesi. Unocosì dovrebbe essere unamico della destra italiana (ed in effetti lo è sempre stato). E invece... Tutto, però, ha una spiegazione. Il fatto è che Berlusconi sta dando molti dispiaceri agli Usa: si è schierato con Putin per la Georgia, propone di allargare laUealla Russia, fa una televisione in Libia. Addirittura, il suo ministro del Tesoro si è permesso il lusso (ma è stato solo un momento) di definire «interessante » la proposta cinese di sostituire il dollarocome moneta di riferimento internazionale.

Ma c'è di più. L’accordo fra Eni e Gazprommandagambeall’aria il gasdotto «Nabucco» che, collegandosi alle pipeline iraniane, georgiane e dell'Azerbaijan, passa per Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria per sboccare in Austria e Repubblica ceca. Ideato nel 2002, si snoderà per circa 3.300 chilometri per un transito di circa 31 miliardi di metri cubi di gas. Ufficialmente è un’operazione volta a garantire la sicurezza strategica dei rifornimenti energetici dell’Unione Europea, in realtà ha l’obiettivo di ridimensionare brutalmente il peso energetico della Russia e di alleggerire la pressione diMosca su Kiev. Non è un caso che il progetto sia partito più o meno in contemporanea alla «rivoluzione arancione » ucraina e quando, con la Seconda Guerra del Golfo, si incrinava l’intesa sin lì ottima fra Russia ed Usa. Dunque, non si tratta solo di un enorme affare economico, ma anche di un’operazione dal fortissimo rilievo strategico e militare. L’accordo Eni-Gazprom rimette in gioco la Russia. Si badi che in questo caso non conta nulla il fatto che al posto dell’«amico George» ci sia l'«abbronzato Obama»: in queste cose gli Usa hanno un solo colore ed è quello a stelle e strisce e non ci sono nè falchi nè colombe, nè democratici nè repubblicani. Se ci fosse ancora il repubblicano Bush non cambierebbe nulla e, infatti il preannuncio di licenziamento viene dal falco repubblicano Luttwak. Si sa, gli americani non sanno stare agli scherzi: vi ricordate quando Kissinger apostrofò Moro, per le sue aperture al Pci esprimendo l’auspicio di non dover mangiare «spaghetti in salsa cilena»? Oppure il caso di Sigonella, quando Craxi (presidente del Consiglio) ed Andreotti (ministro degli Esteri) osarono far circondare i marines americani dai carabinieri? Non sembra che la cosa abbia portato fortuna nè a Moro, nè a Craxi, nè ad Andreotti. Gli americani non hanno risparmiato segnali in questi mesi.

La stampa degli Stati Uniti ha raccontato, in modo crescente, gli infortuni di immagine del nostro Presidente del Consiglio. Obama, al G8 dell’Aquila, è stato freddamente cortese. E questo benché all’epoca, lo scorso luglio, la posizione italiana fosse importante in vista del G20 che, però, ora è passato. E c’è stato anche un discorso molto esplicito dell’ex presidente della commissione Mitrokhin Paolo Guzzanti - notoriamente molto amico degli Usa (ne parla come della sua seconda patria) - che ha riferito di certe sue conversazioni private con l’ambasciatore americano. Conversazioni che avevano per tema i forti malumori di Washington verso Palazzo Chigi. Ma si sa: Guzzanti è un personaggio un po’ estemporaneo e l'ambasciatore americano non si è preso neppure la briga di smentire... appunto. Ora si fa sul serio e, questa volta, il personaggio da abbattere non ha la statura di un Moro, di un Craxi o di un Andreotti, ma è un uomo molto più piccolo e meno credibile. L'articolo

martedì, 13 ottobre 2009
Il premier turco Recep Tayyip Erdogandi Daniele Santoro

Il governo turco ha escluso l’aviazione israeliana dall’operazione “Aquila dell’Anatolia”, alla quale in genere partecipano tutti i paesi Nato.

Proprio la Nato ha precisato che “Aquila dell’Anatolia” è un’operazione nazionale turca alla quale gli altri paesi dell’Alleanza Atlantica vengono invitati, a sua discrezione, da Ankara. In realtà, tale operazione va in scena da molti anni, tutti i paesi della Nato sono sempre stati invitati ed Israele è sempre stato l’ospite d’onore. La mossa di Erdogan è dunque un segnale di come stia cambiando l’atteggiamento turco in Medio Oriente. Prima della conquista del potere del ex sindaco di Istanbul nel 2002, la politica estera turca in quello che viene considerata la “profondità strategica” del paese si basava su tre pilastri: gli Usa, Israele e il triangolo saudita-egiziano-giordano. Tale schema, tuttavia, per funzionare necessitava di costanti progressi nel processo di occidentalizzazione della Turchia e dell’ingresso di Ankara nella Ue. La reazione del presidente francese Nicolas Sarkozy al discorso al parlamento turco di Barack Obama ha invece certificato che la Turchia non può diventare più occidentale di così e che, così com’è, gli occidentali (soprattutto gli europei) non la vogliono.

Negli ultimi anni, la Turchia è dunque diventata ancor più consapevole della sua condizione di “paese in bilico” tra Occidente e Islam e che il “cambio di civiltà” avviato con Mustafa Kemal negli anni Venti è destinato ad un probabile fallimento. Per tale ragione, Erdogan ha impresso una svolta di 360 gradi alla politica estera turca, non guardando più a Washington, Bruxelles e Gerusalemme, ma a Teheran e al mondo arabo.

La guerra di Gaza ha imposto una forte accelerazione a questo processo. A gennaio, a Davos, Erdogan ha attaccato in modo durissimo il presidente israeliano Shimon Peres e abbandonato in modo plateale la sala. In patria è stato accolto come un eroe. La vera svolta, però, è stata la nomina di Ahmet Davutoglu a ministro degli Esteri nel maggio scorso. Davutoglu è convinto che la Turchia non debba voltare le spalle al mondo arabo per inseguire un Occidente che non la vuole e, soprattutto, che non debba considerare la cultura e la religione islamica come un fardello ma come una risorsa. Il ministro degli Esteri turco persegue una politica “neo-ottomana” volta a creare una macroregione geopolitica, della quale Ankara costituisca il perno, capace di giocare un ruolo rilevante nel concerto di potenze basato sull’asse chimericano in via di costruzione.

Un obiettivo perseguito anche dall’Iran che, come la Turchia, considera il mondo arabo come la regione nella quale estendere prioritariamente la sua sfera d’influenza. Ankara e Teheran hanno numerosi punti di contrasto: dal Nagorno-Karabakh alla rotta dei gasdotti verso l’Europa, dai rapporti con l’Occidente alla questione israelo-palestinese. La Turchia è poi un paese musulmano sunnita con uno stato formalmente laico, mentre l’Iran è una Repubblica islamica a maggioranza sciita. Come dimostrano le ultime mosse di Ankara – normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, con ricadute importanti sul grande gioco dei gasdotti, e deterioramento dei rapporti con Israele – molte cose stanno però cambiando. Davutoglu e Mottaki, ministro degli esteri iraniano, si sono già incontrati due volte. Pur essendo lontanissimi da un’intesa, entrambi sanno che un’alleanza tuco-iraniana potrebbe estendere la sua sfera d’influenza dal mondo arabo fino ai “Balcani asiatici” (Caucaso ed Asia Centrale) e all’Afpak.

La realizzazione di tale progetto è poco plausibile, almeno nel breve periodo, ma il fatto stesso che sia ad Ankara che a Teheran si ritenga non impossibile che la storica competizione tuco-iraniana possa trasformarsi in una cooperazione (cfr. Sammak, “Gli arabi fra Davutoglu e Mottaki: la competizione turco-iraniana nel mondo arabo”, www.medarabnews.com) indica come gli schemi del passato stiano saltando rapidamente e che le differenze ideologiche non sono più un ostacolo insuperabile per le alleanze geopolitiche.

L’Occidente, a meno che l’Ue non si decida a consentire un relativamente rapido ingresso della Turchia tra i suoi membri, rischia seriamente di perdere un partner strategico preziosissimo in una regione fondamentale per la sua sicurezza. fonte



La Turchia ammette di aver escluso Israele da un'esercitazione Nato per i crimini commessi a Gaza - da peacereporter

"La realtà è cambiata e i legami strategici che avevamo (con la Turchia) semplicemente sono finiti". Si è espresso così un ufficiale israeliano a cui è stato richiesto di commentare la crisi diplomatica scoppiata tra Israele e Turchia a seguito del rifiuto turco di coinvolgere l'aviazione israeliana in un'esercitazione Nato. L'esclusione di Israele era già nota dai giorni scorsi ma i motivi addotti erano stati di matrice tecnica. Il ministero degli Esteri turco ha invece ammesso oggi che le motivazioni sono politiche e in particolare si riferiscono all' operazione Piombo Fuso condotta da Israele a Gaza. Il presidente turco Tayyip Erdogan ha ripetutamente dichiarato che considera Israele responsabile di crimini di guerra e che il suo primo ministro Ehud Olmert dovrebbe essere processato.

Secondo alcuni analisti la Turchia è il paese più ostile Israele tra quelli con cui ha ancora relazioni diplomatiche. Questa situazione ha risvolti anche sui rapporti con la Siria, in quanto la Turchia aveva assunto il ruolo di mediatore tra Tel Aviv e Damasco.

L'esercitazione militare che ha scatenato il "casus belli" si svolgerà in una base in Anatolia e coinvolgerà truppe italiane, olandesi, statunitensi e turche.

mercoledì, 07 ottobre 2009
di Germano Monti.



 
L’Autorità Palestinese (AP), per mezzo del suo ambasciatore, ha fatto slittare la discussione prevista in seno al Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU a Ginevra sul “rapporto Goldstone”, discussione che – secondo tutti gli osservatori – si sarebbe conclusa inevitabilmente con una nuova, dura condanna verso l’operazione “Piombo Fuso”, costata la vita a 1.500 Palestinesi di Gaza, oltre a distruzioni incalcolabili.

I motivi di questa scelta sono riconducibili alle pressioni statunitensi, in particolare del Segretario di Stato Clinton, basate sulla minaccia che l’approvazione del rapporto stilato dal giudice sudafricano avrebbe spinto Israele ad abbandonare il “negoziato” con l’AP.

In verità, non si sa di quale negoziato si parli, visto che i colloqui fra il governo Nethanyau e la stessa AP sono fermi da mesi, anzi non sono mai iniziati, a causa del rifiuto israeliano di sospendere la costruzione di nuovi insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata. Inoltre, c’è chi parla di motivi molto più stringenti, dietro la decisione del Presidente Abu Mazen di aderire alle pressanti richieste della Clinton: l’agenzia “Chihab” riferisce che, dopo un iniziale rifiuto a rinviare l’adozione del rapporto Goldstone, una delegazione palestinese incontratasi a Washington con inviati del governo israeliano, sarebbe stata convinta ad accettare l’invito (si fa per dire) del Segretario di Stato U.S.A. dopo aver assistito alla proiezione di un video registrato di nascosto nel corso di una riunione fra il presidente Abu Mazen e gli allora premier e ministro della difesa israeliani, Tzipi Livni e Ehud Barak.

Il video, mostrato ai Palestinesi dal colonnello Eli Avraham, mostrerebbe un Abu Mazen che, nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”, incita uno scettico Barak a proseguire la guerra contro Gaza, tesi sostenuta con forza da Tzipi Livni.

Sarebbe stata fatta ascoltare ai funzionari palestinesi anche la registrazione di una conversazione telefonica, dello stesso periodo, fra Tayeb Abderrhaim, segretario generale della presidenza di Abu Mazen, e il capo di stato maggiore israeliano. Abderrahim avrebbe detto, fra l’altro: “le circostanze sono veramente molto adeguate per l’offensiva contro il campo di Jabalia e quello di Chati”, sostenendo che la capitolazione dei due campi avrebbe fatto finire il potere di Hamas nella Striscia di Gaza. La fonte dell’agenzia Chihab afferma che gli Israeliani avrebbero minacciato di presentare video e registrazione all’ONU ed a tutti i media, obbligando così l’Autorità Palestinese ad agire come poi, effettivamente, è avvenuto, ritirando il sostegno alla discussione del rapporto Goldstone sui crimini di guerra a Gaza.

Le reazioni palestinesi ed arabe alla scelta dell’AP sono numerose e durissime: Hamas e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina parlano, senza mezzi termini, di “tradimento della causa palestinese”, mentre il presidente siriano Assad ha rinviato a data da destinarsi l’incontro con Abu Mazen, da tempo fissato per la settimana prossima. In particolare, il portavoce del Fronte Popolare ha fatto appello a tutte le forze nazionali ed islamiche per condannare l’operato dell’AP ed a considerare la direzione di Ramallah “responsabile di questo tradimento che serve l’occupante ed i suoi piani”.

Khalil Maqdesi, del Servizio di Informazione del Fronte, ha detto che “l’unità nazionale è impossibile con tali sedicenti dirigenti che agiscono a livello internazionale per mettere in opera i piani degli USA e di Israele contro il nostro popolo” e che “l’Autorità Palestinese di Ramallah, compresi i suoi dirigenti Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salam Fayyad, hanno venduto il sangue del popolo palestinese all’imperialismo USA ed allo Stato occupante fascista di Benjamin Netanyahu”, chiedendo a tutte le forze oneste e responsabili interne a Fatah di adottare misure nei confronti dei “sedicenti dirigenti responsabili del tradimento del popolo palestinese”.

Il primo ministro del governo di Hamas a Gaza, Ismail Hanhye, ha detto di ritenere Abu Mazen personalmente responsabile, aggiungendo che “Quanto avvenuto è una colpa grave e senza precedenti nei confronti del sangue dei martiri e dei diritti del popolo palestinese di Gaza, della West Bank e di Gerusalemme”.

Ferma condanna anche da parte delle associazioni della società civile palestinese, fra cui Stop the Wall e la campagna BDS, dei Palestinesi rifugiati in Libano e di quelli della diaspora.

Sul versante di Fatah, si registra un intervento di Mohammed Dahlan, che, secondo l’agenzia Maan, chiede una commissione di inchiesta “per capire cosa è successo”. La stessa commissione di cui parla Abu Mazen, guadagnandosi l’ironico commento di Ismail Hanhye: “Un’inchiesta si fa quando il colpevole è sconosciuto, ma nel caso del ritiro del rapporto Goldstone il colpevole è ben conosciuto”, cioè lo stesso Abu Mazen.

da Contropiano
mercoledì, 07 ottobre 2009
In una prova generale del "nuovo ordine mondiale" gli Stati del Golfo hanno avviato trattative riservate con Cina, Russia e Francia per dismettere definitivamente il dollaro USA quale moneta di riferimento nella compravendita petrolifera.

di Robert Fisk

Secret meetings have already been held by finance ministers and central bank governors in Russia, China, Japan and Brazil to work on the scheme, which will mean that oil will no longer be priced in dollars.

The plans, confirmed to The Independent by both Gulf Arab and Chinese banking sources in Hong Kong, may help to explain the sudden rise in gold prices, but it also augurs an extraordinary transition from dollar markets within nine years.

The Americans, who are aware the meetings have taken place - although they have not discovered the details - are sure to fight this international cabal which will include hitherto loyal allies Japan and the Gulf Arabs. Against the background to these currency meetings, Sun Bigan, China's former special envoy to the Middle East, has warned there is a risk of deepening divisions between China and the US over influence and oil in the Middle East. "Bilateral quarrels and clashes are unavoidable," he told the Asia and Africa Review. "We cannot lower vigilance against hostility in the Middle East over energy interests and security."

This sounds like a dangerous prediction of a future economic war between the US and China over Middle East oil - yet again turning the region's conflicts into a battle for great power supremacy. China uses more oil incrementally than the US because its growth is less energy efficient. The transitional currency in the move away from dollars, according to Chinese banking sources, may well be gold. An indication of the huge amounts involved can be gained from the wealth of Abu Dhabi, Saudi Arabia, Kuwait and Qatar who together hold an estimated $2.1 trillion in dollar reserves.

The decline of American economic power linked to the current global recession was implicitly acknowledged by the World Bank president Robert Zoellick. "One of the legacies of this crisis may be a recognition of changed economic power relations," he said in Istanbul ahead of meetings this week of the IMF and World Bank. But it is China's extraordinary new financial power - along with past anger among oil-producing and oil-consuming nations at America's power to interfere in the international financial system - which has prompted the latest discussions involving the Gulf states.

Brazil has shown interest in collaborating in non-dollar oil payments, along with India. Indeed, China appears to be the most enthusiastic of all the financial powers involved, not least because of its enormous trade with the Middle East.

China imports 60 per cent of its oil, much of it from the Middle East and Russia. The Chinese have oil production concessions in Iraq - blocked by the US until this year - and since 2008 have held an $8bn agreement with Iran to develop refining capacity and gas resources. China has oil deals in Sudan (where it has substituted for US interests) and has been negotiating for oil concessions with Libya, where all such contracts are joint ventures.

continua
mercoledì, 07 ottobre 2009

AUGURI di buon compleanno, Vladimir Vladimirovic!!


Владимир Владимирович Путин – действующий Президент РФ. 14 марта 2004 года Путин был избран на второй и - по нынешней Конституции РФ - последний президентский срок сразу же в первом туре. По мнению экспертов, после 2008 года политическая карьера Путина не закончится: он может стать премьером или министром. Сегодня, несмотря на четко выбранный курс, направленный на модернизацию экономики страны, привнесение рыночных элементов в социальную сферу, реформу бюрократического аппарата, в обществе так и не сложилось единого мнения, куда ведет путинский курс. Одни видят в нем западника-либерала, другие – сильного «державного правителя», однако скоро одна из этих точек зрения отпадет.

Любимый Владимир Путин! Поздравляем Вас с днем рождения! Мы гордимся Вами и счастливы, что Россия имеет такого Истинного Героя. Мы ждем, когда Вы возглавите Совет Мудрецов, который создаст Бог. Тогда наступит мир и порядок во всем мире. Будьте счастливы Вы и Ваша семья.

domenica, 04 ottobre 2009
mercoledì, 30 settembre 2009

Il Vice Presidente brasiliano Jose Alencar ha affermato che il Brasile guarda con estremo interesse allo sviluppo di un proprio arsenale nucleare.

L'alto dirigente ha affermato che il Brasile intenderebbe costituire un proprio arsenale nucleare come deterrente contro aggressioni straniere finalizzate alla cattura dei vasti campi petroliferi e gasieri off-shore ultimamente scoperti nelle acque territoriali brasiliane, ma anche per garantirsi una rispettabilità internazionale.

"Il nucleare come deterrente riveste grande importanza per un paese con più di 15.000 km di confine" ha dichiarato Alencar ai media brasiliani.

Il Vice Presidente ha citato l'esempio del Pakistan il quale, pur essendo un paese relativamente povero, si è conquistato un posto rilevante in varie istanze internazionali.

Le dichiarazioni di Alencar seguono le azioni del Presidente Lula da Silva il quale, durante l'ultima Assemblea Generale ONU, ha a lungo colloquiato con il Presidente iraniano
Mahmoud Ahmadinejad, invitandolo a visitare il Brasile nel prossimo novembre. Lo stesso Presidente Lula dovrebbe visitare l'Iran nel maggio 2010.

Sull'argomento si invita a leggere quanto dichiarato dal presidente venezuelano Chavez.


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martedì, 29 settembre 2009
di Sergio Romano

da Lettere al Corriere - 29/09/2009

R
iguardo all’intervento di Ahmadinejad e Gheddafi all’Onu, un lettore scrive che certi personaggi non dovrebbero essere autorizzati a servirsi del proprio seggio per minacciare e calunniare un altro Paese o per attaccare l’Onu stessa ( Corriere , 25 settembre).

Io penso invece che per raggiungere la pace qualche volta bisogna dar voce anche al più atroce «nemico». D’altro canto il muro contro muro non ha mai risolto nessun problema. In ogni caso non dobbiamo dimenticare che per combattere certi soprusi abbiamo un’arma potentissima, che consiste nell’abbandonare la piazza quando questi prendono la parola. Come hanno fatto i delegati del nostro Paese nell’ultima riunione nel Palazzo di Vetro con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.


Silvano Stoppa



Caro Signore,

Ogni discussione sulle parole di Ahmadinejad all’Onu dovrebbe co­minciare dal testo del discor­so. L’ho letto nella versione in­glese e cerco di riassumerne, molto sommariamente, i pun­ti essenziali.

Ahmadinejad ha esordito con alcune riflessioni sul mo­noteismo, sul ruolo storico dei grandi profeti (Noè, Abra­mo, Mosè, Gesù e Maometto) per la redenzione dell’umani­tà, sull’importanza delle fede e della spiritualità nelle rela­zioni internazionali. Gli accen­ti ecumenici del discorso sa­rebbero piaciuti a Giovanni XXIII, il duro giudizio sul­l’agnosticismo (una forma di relativismo) dovrebbe essere piaciuto a Benedetto XVI.

Ha detto che i maggiori pe­ricoli, per l’umanità sono le ar­mi di distruzione di massa e il terrorismo, fra cui in partico­lare il terrorismo di Stato.

Ha ricordato che Saddam, durante la guerra contro l’Iran, fu armato dall’Occiden­te e impiegò armi chimiche.

Ha affermato che Al Qaeda nacque dal sostegno degli Usa ad alcuni gruppi della resi­stenza antisovietica e che l’ar­senale nucleare israeliano ha beneficiato della complicità americana.

Ha duramente descritto le vessazioni subite dai palesti­nesi nella loro terra. Ha sostenuto che alcuni Pa­esi cercano d’impedire ad al­tri il libero accesso alle tecno­logie del progresso.

Ha rivendicato il carattere democratico dell’Iran: un Pae­se in cui, dopo la rivoluzione, «si è votato 27 volte».

Ha auspicato un maggiore impegno dell’Onu per il disar­mo e ha chiesto all’Aiea (Agen­zia Internazionale per l’Ener­gia atomica) di promuovere l’applicazione dell’art. IV del Trattato di non proliferazione sul libero accesso dei Paesi fir­matari alle tecnologie nuclea­ri.

Ha ripetuto che l’Iran non vuole armi nucleari, ma che potrebbe, se vi fosse costretto dalle circostanze, riconsidera­re la sua politica.

Ha denunciato il «regime sionista di occupazione», ma non ha auspicato la distruzio­ne di Israele e non ha negato la realtà del genocidio ebrai­co.

Ha dichiarato di essere pronto e negoziare.

Alcune delle affermazioni di Ahmadinejad sono conte­stabili o grossolanamente esa­gerate. Ma altre sono vere (la benevolenza degli Usa per l’Iraq durante le guerra con­tro l’Iran) o, come quelle sui palestinesi, riflettono i senti­menti e le convinzioni della grande maggioranza del mon­do musulmano. Le otto dele­gazioni che hanno abbando­nato la sala (tra cui Francia, Germania, Gran Bretagna, Ita­lia, Paesi Bassi, Stati Uniti) avrebbero fatto meglio ad ascoltarlo fino in fondo. Certe forme di diplomazia spettaco­lo (come l’interminabile di­scorso di Gheddafi all’Onu) sono infantili, demagogiche e, in ultima analisi, inutili.